"Parte di
ora, giorno, mese, anno ... entro cui avviene un fatto o un fenomeno che segue
ad altro ...", così recita lo Zingarelli alla voce "tempo". E a ben vedere
proprio in questo consistono le immagini di Simone Martinetto in mostra fino al
12 luglio alla Galleria Claudio Bottello Contemporary. Scatti di piccolo formato,
stampati a mano su carta opaca, collegati dal filo invisibile degli incontri casuali
e delle relazioni fra gli individui e lo spazio circostante. Il filo è
linearità, è parte strutturale della trama (ciò che poi è
l'intreccio di un film), è il tessuto di una rete di rapporti, di fatti
qualunque che concorrono in ugual misura a dare un corso alla Storia. Così
a Tulcea -cittadina cosmopolita della Romania- un cane randagio può incappare
in un altro cane, che incrocia per strada una bambina, che raggiunge la nonna
putativa, che dialoga col capitano di un battello, intento a dare ordini al meccanico,
mentre il guidatore di autobus attende di prestare servizio. In una sorta di piano
sequenza cinematografico (altro linguaggio praticato dall'artista torinese) al
ritmo dello scorrere del Danubio, dall'alba al tramonto, appostati sulla banchina
si assiste al dis-chiudersi del cerchio dei ricordi. Il filo del tempo è
un pellegrinaggio verso le proprie radici. E' un percorso a ritroso che si dipana
nel piano interrato della Galleria con due raccolte di immagini risalenti al biennio
2005 - 2007 e al 2004. E' l'istinto che conduce verso casa i piccioni viaggiatori
dopo un lungo volo migratorio, contrapposto al senso di smarrimento, al regredire
della memoria della nonna osservata con estrema sensibilità tra le mura
domestiche punteggiate ovunque da annotazioni della figlia, nel tentativo di mantenerla
ancorata alla consuetudine di sempre. Pochi scatti, anche in questo caso, ma lungamente
meditati per dare ad ogni particolare il giusto peso e il corretto significato,
rafforzato da un uso saggio del supporto, del mezzo fotografico (l'ormai nota
Contax regalatagli dal nonno poco prima di morire, ricordato per metonimia dalla
pipa, dal tabacco, dai segni della lunga malattia, riposti con cura in una teca)
e del tempo. Anche molto se necessario, per capire e ascoltare attentamente la
storia che si vuole raccontare, e impreziosirla con appropriati accorgimenti estetici
propri di un manufatto altamente artigianale. Quasi un completamento del lavoro
documentaristico e di reportage del Martinetto insegnante e fotografo freelance,
realizzato con apparecchio digitale e secondo le più moderne tecniche richieste
dal mercato. Tecniche inadatte a raccontare il lato più autentico di se
stessi e degli altri, per il quale occorrono piuttosto parole semplici, scelte
con cura e scandite con chiarezza. Come avviene nella partitura circolare di un
tango (quello magistrale di Carlo Maver nella fattispecie) che il mantice di un
bandoneon libera nell'aria e ancora riecheggia come il soffio leggero del tempo
che scorre.
Silvia
Cestari