Il lavoro
fotografico di Simone Martinetto è a prima vista di una semplicità
disarmante, lontano da ogni forma di enfatizzazione degli effetti e dal gusto
per soggetti provocatori oggi fin troppo frequentati. Ma questa semplicità
ha in effetti valenze piuttosto originali ed è il risultato di una intelligente
e sensibile profondità di visione della realtà nei suoi aspetti
essenziali e esistenziali. La tensione estetica della sua ricerca nasce dal tentativo
di indagare il senso della vita, seguendo il filo di percorsi individuali di esistenza
attraverso sequenze di immagini che si propongono come esili e intensi racconti,
dove la chiara e sintetica narrazione descrittiva immersa nella temporalità
quotidiana quasi per incanto appare agli occhi dell'osservatore come sospesa in
una dimensione di meditata contemplazione.
In questa mostra vengono presentate
tre opere, ciascuna delle quali ha richiesto parecchio tempo per essere realizzata.
Sono tutte tre, in termini molto diversi fra loro, dei "viaggi" nello spazio e
nel tempo.
Il primo di questi lavori è una sorta di ricognizione intimistica
e affettuosa del microuniverso di esistenza della nonna che vive in un piccolo
appartamento e che ha una memoria ormai ben poco efficiente. Per cercare di ricordarle
tutte le cose da fare la figlia della vecchia signora ha adottato il metodo di
attaccare un po' dappertutto dei "memoranda", piccoli foglietti con indicazioni
scritte da entrambe. L'artista ha fotografato tutti questi pezzi di carta incollati
sui muri, sui mobili e sulle porte, e così facendo ha realizzato non solo
un "viaggio" nelle stanze ma anche nella mente di sua nonna. La sequenza di piccole
foto con queste tracce minimali ha una singolare forza evocativa. Il secondo lavoro
è un reportage di un vero viaggio, quello lunghissimo di un gruppo di piccioni
viaggiatori portati lontano e lasciati liberi. Martinetto ha seguito il loro percorso
di rientro alla base attraverso cieli e paesaggi, cercando di fissare in una serie
molto selezionata di bellissime immagini il senso segreto di questa affascinante
odissea. Guidati (o costretti) dal loro inesorabile e infallibile istinto questi
volatili ritornano sempre a casa. Entrano qui in gioco temi fondamentali relativi
al destino degli esseri viventi, in generale, che potremmo sintetizzare con il
titolo del famoso quadro di Gauguin : "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?".
E queste domande valgono anche per il lavoro più recente di Martinetto,
"Il filo del tempo", che dà il titolo alla mostra. Alcune frasi introducono
la serie di immagini. Ecco le due che spiegano bene il significato del progetto
visivo: "Quale filo di coincidenze tiene insieme le piccole storie singole?";
"A volte si toccano per caso o per scelta, si incrociano in una strada per poi
allontanarsi come i rami del delta del Danubio". Ed è proprio sulle rive
del Danubio, in una piccola città rumena di nome Tulcea (un luogo senza
particolari attrazioni), che si dipana "il filo del tempo" attraverso una fragile
e enigmatica concatenazione di incontri. La scena iniziale è la riva del
fiume solitaria al mattino. Di qui Martinetto inizia a seguire un cane che gironzola
per le strade e poi un altro cane incontrato dal primo e poi una bambina che incrocia
quel cagnetto (e che sale in alto su un monumento abbracciando con lo sguardo
tutta la città) e poi una donna (forse la nonna della bambina) e poi dei
battellieri sul fiume e poi un guidatore di pullman. La scena finale è
di nuovo la riva del fiume al tramonto. Con questa serie di immagini che documentano
piccole azioni incrociate di varie persone e animali, l'artista mette in scena
in modo poetico, con frammenti minimali, l'esistenza quotidiana in un luogo qualunque
che diventa fortemente emblematico, anche per la sua posizione sul fiume, grande
e antica metafora del fluire del tempo e della vita.
Francesco
Poli