All'inizio
il suo approccio con la fotografia è stato inconsapevolmente documentativo;
oggettività meccanica, magari ironica, un fotografo nell'accezione più
classica del termine. Poi si è accorto che oltre c'era di più, voci,
ombre, echi incontrollati che lo trasportavano al di là dei suoi "documentari",
che si infilavano e facevano capolino. E Simone Martinetto si è innamorato
di queste tracce, le ha seguite alla ricerca della libertà intravista nel
mezzo fotografico. Per esempio a casa di un'anziana donna, a cui la vecchiaia
ha negato da tempo la registrazione della memoria breve, Martinetto ha scoperto
un microcosmo denso di poesia, vita, relazioni. Figlia e nipote, a volte lei stessa,
segnano su bigliettini e post-it, sparsi per tutta la casa, le abitudini da mantenere
tutti i giorni. La quotidianità della sopravvivenza. Mangiare, prendere
le medicine, chiudere la porta di casa, andare in bagno e vestirsi. E poi i compleanni,
chi ha telefonato, i nomi dei propri cari. Scatti di un'intimità disarmante
e avvolgente, che si appropriano di quella esistenza e la rivivono, anzi, la ripercorrono,
in parte interpretandola, e, alla fine, trasformandola in un'opera. Ci si ritrova
dentro con il cuore. Altri lavori di Martinetto escono, invece, di casa all'inseguimento
di altre tracce. La solitudine dell'umanità, metaforizzata visivamente
in figure e forme "isolate" graficamente nella composizione fotografica. Uomini
racchiusi da un'ombra o da un androne. Poi impronte, lasciate in giro come indizi,
come ami per recuperare storie ormai lontane. E ancora un grande viaggio, quello
dei piccioni viaggiatori, che volano lontani lontani, non sanno nemmeno loro dove,
ma alla fine ritornano sempre. Perchè hanno la nostalgia nel cuore, il
senso di appartenenza al luogo di nascita, o forse è un inconscio senso
del dovere radicato nella specie? Le fotografie di Martinetto sono un'unica grande
e sentimentale circumnavigazione attorno alla memoria.
Olga
Gambari