Il lavoro
di Simone Martinetto, già ripetutamente premiato in importanti rassegne
nazionali, ha un carattere decisamente anomalo rispetto alle consuete modalità
operative adottate da altri autori della stessa generazione ugualmente impegnati
col mezzo fotografico. Alla frenesia dello scatto e al surplus delle immagini,
Simone ha preferito opporre un andamento lento e misurato. Alla molteplicità
dei temi e alla frenesia operativa ha sostituito una progettualità ridotta
ma al tempo stesso di largo respiro, fatta di scavo e di meditato approfondimento
concettuale più che di pura espansione orizzontale. In pratica nel suo
curriculum è presente un solo grande lavoro per anno. Si tratta di progetti
che verrebbe da avvicinare più alla scrittura che alla fotografia, quattro
meditatissime ricerche che sulle prime fanno veramente pensare a quattro libri,
a quattro impegnative situazioni di scrittura. In realtà il lavoro di Simone,
pur sviluppato su un evidente tono narrativo, rimane profondamente fotografico.
E' che nel suo caso semplicemente viene ribaltata la logica produttiva che solitamente
caratterizza questo linguaggio. L'intasamento visivo non è un obbligo.
Al bombardamento delle immagini si può anche reagire. Si può reagire
scoprendo come pure la fotografia sia appunto in grado di esprimersi non solo
per espansione orizzontale, ma anche per scavo verticale, fino a sostituire l'accumulo
indiscriminato con una sorta di preziosa auraticità della misura.
Dunque
quattro intensi lavori: Senza la memoria, Viaggiatori, Il filo
del tempo, La mente altrove. Quattro emozionanti ricerche tutte caratterizzate
da un'unica evidentissima cifra stilistica: l'idea della circolarità e
del ritorno. Dal primo delicato racconto, dedicato alla dolorosa condizione della
nonna privata della memoria, fino all'ultimo progetto sviluppato attorno alla
condizione del disagio mentale, per Simone è appunto fondamentale questa
scelta di narrare in modo circolare, riportando il lettore/spettatore a ciò
da cui si era partiti, alla ragione stessa del viaggio, quasi a significare che,
simbolicamente, le risposte sono già comprese nell'origine ed è
lì che vanno ricercate e comprese. Tutto il lavoro risulta dunque fondato
su una sorta di ipnotizzante ossimoro: andare per ritornare, distaccarsi per ricongiungersi,
lasciare per ritrovare. Una scelta metaforicamente impegnativa, come si può
ben comprendere, e in qualche modo pure rischiosa, considerato quanto potrebbe
pesare su queste intenzioni un accomodante e suadente ricorso a toni troppo intimistici
e nostalgici. Ma il racconto di Simone è sempre asciutto e misurato, è
emozionante fuori da qualsiasi retorica, scava nel profondo del cuore con grande
eleganza, è uno splendido diario intimo che magicamente riesce a farsi
collettivo.
Sul lavoro
"Della stessa materia dei sogni"
E' risaputo
come Freud, ne L'interpretazione dei sogni, abbia suggerito di immaginare
"lo strumento che serve alle attività psichiche pressappoco come un microscopio
composto, un apparecchio fotografico e simili". Il paragone gli appariva adatto
a far comprendere come nel sonno, interrotta ogni forma di motorietà, e
dunque di conoscenza fondata su un principio di relazione fisica, l'attività
psichica procedesse di fatto per immagini. Da qui dunque il richiamo a strumenti
in grado di produrle e proporle in modo sostanzialmente autonomo, prescindendo
dalla necessità di un intervento diretto, o per meglio intenderci, "manipolativo",
del soggetto. Ma anche oltre le esplicite indicazioni fornite da Freud è
difficile rinunciare a scorgere suggestive e singolari coincidenze tra le forme
del sogno e quelle della fotografia. Una prima potente analogia riguarda senz'altro
il disorientante e al tempo stesso attraente senso di isolamento e decontestualizzazione
che entrambi esprimono. Così come accade nel sogno, che propone situazioni
completamente isolate ed autonome, oltre il margine della foto tutto si interrompe,
o almeno così pare. Il mondo c'è, se ne percepisce la presenza,
ma di fatto è come assente. L'inquadratura isola e delimita una porzione
di realtà conferendole senso pur in assenza di qualsiasi altra relazione.
L'immagine, psichica o fotografica che sia, pare così autonoma ed autosufficiente,
suggerendo in modo letteralmente incantato un tempo e un luogo propri ove ogni
cosa ha principio e fine. C'è poi un generale carattere di sorpresa e di
incongruenza che spesso accomuna sogno e fotografia per quanto riguarda alcuni
elementi che compaiono in scena. Come un senso di ipnotico straniamento che, certamente
tipico dell'attività onirica (Freud lo indicava col termine di spostamento)
è però attivo anche in ogni fotografia (il mitico punctum di Barthes).
Per quanto l'autore si preoccupi di programmare il suo soggetto, di razionalizzarlo,
di escludere ciò che potrebbe turbare un equilibrio complessivo, nell'immagine
scattata c'è sempre qualche particolare sfuggito ad ogni ragionata previsione
che si manifesta poi alla lettura con sorprendente casualità. Ogni fotografia,
sempre volendo continuare nella parafrasi di Barthes, è al tempo stesso
chiara e oscura. Esattamente come il sogno è caratterizzata da una flagranza
totale, ma al tempo stesso segnata da una logica del tutto autonoma che le lascia
sempre un margine di "inspiegato", un suadente lato oscuro che malamente cerchiamo
di colmare ogni volta che tentiamo di tradurla in parole. E' in parallelo a queste
preziose suggestioni teoriche che si sviluppa il coinvolgente progetto di Simone
Martinetto, che appunto intreccia, fra sogno e fotografia, una sensibile e raffinata
catena di rimandi, tutta condotta per via implicita e indiretta, evitando così
di scadere in un facile didascalismo illustrativo. Nessuna delle fotografie proposte
da Simone racconta direttamente un sogno proprio perchè tutte fondate sulla
convinzione che più del legame esplicito vale quello implicito, vale cioè
l'affinità elettiva che abbiamo visto esistere in profondità tra
la modalità onirica e quella fotografica. Del resto non è un caso
se Susan Sontag, confrontando la fotografia col Surrealismo, cioè col movimento
artistico che più di tutti ha cercato di intrecciare la propria vicenda
con la lezione freudiana, sia giunta a concludere che "La fotografia è
la sola arte naturalmente surreale... [perchè] il surrealismo è
al centro della disciplina fotografica: nella creazione stessa di un mondo duplicato,
di una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica
di quella percepita dalla visione naturale". In altre parole, e per ricongiungerci
con quanto stavamo dicendo a proposito del lavoro di Simone, alla fotografia non
serve illustrare un sogno per godere in pieno dello stesso regime che caratterizza
l'attività onirica. Tra i due processi esiste una sostanziale coincidenza
di logiche procedurali che li rende emotivamente sovrapponibili. Ma a fianco delle
immagini c'è un altro elemento che si aggiunge ad arricchire il lavoro
di Martinetto. Dalle fotografie scaturiscono voci e racconti che si intrecciano
fra loro. Ogni protagonista ha ricordato un sogno tentando di tradurlo in parole.
Le parole si affiancano alle immagini, ma nessuna delle due risulta effettivamente
illustrativa dell'altra. A conferma di quanto appena detto sull'oniricità
implicita della fotografia, o se si vuole sulla fotograficità allusiva
dei sogni, c'è anzi un particolare che appare decisivo nel caratterizzare
linguisticamente l'intero progetto. Le fotografie che narrano le singole storie
preesistevano al racconto dei sogni. Simone le aveva realizzate in momenti e contesti
diversi, senza neppure prevedere cosa un giorno sarebbero diventate. Ora le ha
recuperate e semplicemente affiancate ai rispettivi protagonisti colti nel momento
del sonno. Prelevate dall'archivio e risemantizzate a ready made, queste immagini
paiono come ricongiungersi al loro destino, ritrovano a posteriori ciò
che già in qualche modo misteriosamente contenevano. Appaiono, per dirla
con De Chirico, quali autentiche profondità abitate, luoghi carichi di
sensi imprevedibili che riemergendo fuori da ogni immediata necessità pratica,
si intrecciano a maglia larga con le parole pronunciate nel presente. E' così
che non trovo modo migliore per concludere queste brevi righe di riflessione sul
denso ma al tempo stesso leggero lavoro di Simone, denso e leggero come una vera
poesia, se non affidandomi alle parole ben più autorevoli di Henri Bergson
che riflettendo sulla funzione di riscatto svolta dal sogno (ma noi potremmo permetterci
di aggiungere "e dalla fotografia") su ciò che della nostra esperienza
passata parrebbe assolutamente trascurabile o addirittura inutile se affrontato
con atteggiamento pratico, così scriveva: "Ma se il nostro passato resta
per noi quasi interamente nascosto essendo inibito dalle necessità dell'azione
presente, ritroverà la forza di varcare la soglia della coscienza ogni
volta che noi ci disinteressiamo dell'azione efficace per ricollocarci, in qualche
modo, nella vita del sogno". Assolutamente perfetto. Null'altro da aggiungere,
se non tornare, felicemente, alle fotografie di Simone.
Sul lavoro
"Il filo del tempo"
Preciso come
un orologio, ma anche leggero e delicato come una filastrocca. Così appare
questo nuovo lavoro di Simone Martinetto, un girotondo del cuore che nasce sul
grande fiume che scorre al centro dell'Europa e lì ritorna, dopo aver inseguito
accenni di storie che si intrecciano l'una all'altra, storie di cani e di uomini
che paiono alla fine regolate da un unico senso ed un unico emozionante destino.
Sono cose che misteriosamente accadono quando la vita ritrova un denominatore
comune, un luogo fisico e insieme simbolico che è principio e fine di ogni
cosa, che implicitamente segna i caratteri e i modi di essere, finendo così
per legare fra loro esistenze che scorrono l'una accanto all'altra, presenze discrete
che si sfiorano quel tanto che basta per passarsi un testimone che alla fine qualcuno
si preoccuperà di riportare sulle sponde del fiume. Per il modo particolare
in cui è stato costruito, per la singolare forma di linguaggio che lo scandisce,
credo si possa dire che il lavoro di Simone Martinetto sarebbe piaciuto molto
a Cesare Zavattini. Il suo pedinamento in punta di piedi di protagonisti del quotidiano
limpidamente corrisponde alla più pura ed assoluta idea di cinema tante
volte suggerita dal grande maestro del Neorealismo. La camera che segue passo
passo la giornata di un uomo comune, che guarda senza essere invadente e voyeuristica,
che accompagna e svela la normalità, che fa parlare le cose. "Abbasso i
soggetti!", gridava coerentemente Zavattini, e quello che Simone ha realizzato
è esattamente un piccolo straordinario film senza soggetto, una incantevole
microstoria che scorre e si espande per conto proprio, trasparente e incontenibile
come l'acqua che l'ha generata. E proprio come l'acqua che si allunga su un terreno
inesplorato, questa storia senza storia prende sempre direzioni imprevedibili
e inaspettate, sembra potersi protrarre all'infinito ma poi, come sospinta da
un'impalpabile regia del cuore, torna esattamente da dove era partita. La specularità
propria della fotografia finisce così per fare sistema con la specularità
emozionale di ciò che accade. Il filo del tempo coincide circolarmente
col filo della memoria, nella rassicurante suggestione che l'origine possa confondersi
punto a punto con la fine.
Claudio
Marra