SIMONE MARTINETTO

Quale filo di coincidenze tiene insieme le singole vite?
Quale filo unisce una sequenza di fotografie?

 

IL FILO DEL TEMPO

Preciso come un orologio, ma anche leggero e delicato come una filastrocca. Così appare questo lavoro di Simone Martinetto, un girotondo del cuore che nasce sul grande fiume che scorre al centro dell’Europa e lì ritorna, dopo aver inseguito accenni di storie che si intrecciano l’una all’altra, storie di cani e di uomini che paiono alla fine regolate da un unico senso ed un unico emozionante destino. Sono cose che misteriosamente accadono quando la vita ritrova un denominatore comune, un luogo fisico e insieme simbolico che è principio e fine di ogni cosa, che implicitamente segna i caratteri e i modi di essere, finendo così per legare fra loro esistenze che scorrono l’una accanto all’altra, presenze discrete che si sfiorano quel tanto che basta per passarsi un testimone che alla fine qualcuno si preoccuperà di riportare sulle sponde del fiume. Per il modo particolare in cui è stato costruito, per la singolare forma di linguaggio che lo scandisce, credo si possa dire che il lavoro di Simone Martinetto sarebbe piaciuto molto a Cesare Zavattini. Il suo pedinamento in punta di piedi di protagonisti del quotidiano limpidamente corrisponde alla più pura ed assoluta idea di cinema tante volte suggerita dal grande maestro del Neorealismo. La camera che segue passo passo la giornata di un uomo comune, che guarda senza essere invadente e voyeuristica, che accompagna e svela la normalità, che fa parlare le cose. “Abbasso i soggetti!”, gridava coerentemente Zavattini, e quello che Simone ha realizzato è esattamente un piccolo straordinario film senza soggetto, una incantevole microstoria che scorre e si espande per conto proprio, trasparente e incontenibile come l’acqua che l’ha generata. E proprio come l’acqua che si allunga su un terreno inesplorato, questa storia senza storia prende sempre direzioni imprevedibili e inaspettate, sembra potersi protrarre all’infinito ma poi, come sospinta da un’impalpabile regia del cuore, torna esattamente da dove era partita. La specularità propria della fotografia finisce così per fare sistema con la specularità emozionale di ciò che accade. Il filo del tempo coincide circolarmente col filo della memoria, nella rassicurante suggestione che l’origine possa confondersi punto a punto con la fine.

Claudio Marra

 

Installazione del lavoro nella galleria d’arte Claudio Bottello Contemporary di Torino